Uno sguardo sulla vita che caratterizzava la nascente comunità trentina dei Focolari ci mostra la sempre attuale radicalità della Carità evangelica. Il brano è tratto dalla storia del Movimento dei Focolari scritta alla fine del ’49, dal titolo Un po’ di storia del “Movimento dell’Unità”,  recentemente ripubblicato nel libro di Lucia Abignente, “Qui c’è il dito di Dio”. Carlo de Ferrari e Chiara Lubich: il discernimento di un carisma, Città Nuova, Roma 2017.

(…)

Avevamo scoperto il Libro della Vita le cui Parole andavano mondandoci e ci avviava ad un rapporto coi prossimi nostri diverso da quello tenuto fino allora.
I sentimenti di Gesù si sostituivano ai nostri, il suo modo di pensare al nostro, il suo modo di amare al nostro.
L’amore era esteso a tutti: non esisteva più limite a questo amore.
Si amava non per simpatia o per interesse, ma perché Lui lo aveva comandato.
E si godeva di trovar un avversario nella vita per metter in pratica la Parola d’amore di Gesù.

Non distinguevamo più i parenti ed i vicini, gli amici ed i nemici, i belli ed i brutti, i ricchi ed i poveri, gli uomini e le donne: vedevamo in tutti fratelli da amare servendo, per dar a Dio il contributo d’amore sincero.
Naturalmente amando si era riamati.
Si andava così formando una rete di fraternità fra gente disparata dove prima v’era l’indifferenza o la separazione.
Odi covati in cuore si scioglievano al calore di questa Carità considerata ormai come il «porro unum necessarium». Le invidie e le gelosie, l’avarizia e l’ingordigia ed ogni vizio scomparivano perché la Carità voluta e praticata di proposito, come unica espressione di vita, le consumava.

Col passare dell’amore fraterno fra l’uno e l’altro passavano i beni materiali oltre quelli spirituali, perché ognuno sentiva proprio il dolore ed il bisogno del fratello: del fratello non cercato di proposito, ma di quel fratello che Iddio, momento per momento ci avrebbe messo accanto nel corso della nostra giornata.
E colla chiarezza del sole apparivano vere le Parole: «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché abbiamo amato i fratelli» (1 Gv 3, 14).

 

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