Parola di vita Luglio 1982

Paolo, dovendo scusarsi contro accuse che gli si muovevano, nella Seconda lettera ai Corinzi enumera i suoi titoli per dar maggior credito alla sua missione di apostolo. Dopo le fatiche e le sofferenze del Vangelo, parla di visioni, che l'hanno messo a parte dei misteri di Dio. Afferma però che affinché non insuperbisse per la grandezza delle rivelazioni gli è stata messa «una spina nella carne», accennando così ad un tormento fisico, forse derivato da febbri malariche. Tre volte ha pregato Gesù che glielo togliesse, ma egli gli ha risposto:

«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

L'operare di Dio, la sua potenza si manifestano attraverso strumenti umani deboli e infermi. 
È evidente: più «nulla» è lo strumento di cui uno si serve, più grande è l'autore dell'Opera.
Paolo, reso consapevole di questa verità, ha una reazione: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze». Fra queste egli menziona: le infermità, gli oltraggi, le necessità, le persecuzioni, le angosce sofferte per amore di Cristo (Cf. 2 Cor 12,10).
Se l'Apostolo pensa alle difficoltà inerenti alla sua vita di apostolo, fra le debolezze che anche tutti noi cristiani possiamo sperimentare, vi sono da elencare: le disgrazie, i continui fallimenti, le mancanze di amore; tutto ciò che costituisce il nostro limite; ciò che è espressione del nostro «uomo vecchio» e che, facendoci prendere coscienza della nostra propria incapacità, ci spinge a fidarci di Dio solo.
Colui, infatti, che si crede nulla, è vuoto di sé e Dio lo può riempire della sua Vita.

«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

Come considerare allora tutto quanto è debolezza, sofferenza, fallimento?
Non sono da considerarsi certamente come un castigo, un segno di maledizione o un ostacolo all'incontro con Dio. Vanno invece accettati, vorrei dire amati, come condizione in cui può manifestarsi meglio l'efficacia divina, la potenza di Dio.
Il male (come il peccato) è male. E ciò è evidente. Ed il male va odiato. Ma il dolore che avvertiamo per aver offeso Dio, il senso del nostro fallimento, il peso della nostra umanità corrotta, devono ricordarci un Volto: quello di Cristo crocifisso, sfigurato per i peccati non suoi ma nostri. E quel ricordo deve spingerci ad amare il nostro dolore, ad offrirlo a Dio. Il nostro vivere diventa, allora, una partecipazione alle sofferenze di Cristo, un morire con lui, momento per momento, per il bene vero nostro e di molti.

«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

E come vivere durante questo mese la presente parola?
Se l'abbiamo un po' penetrata, una cosa ci è chiara: la scelta che noi cristiani dobbiamo fare è assolutamente in senso contrario a quella che si fa ordinariamente. Qui si va, veramente controcorrente. L'ideale di vita del mondo, in genere, consiste nel successo, nel potere, nel prestigio... Paolo, al contrario, ci dice che occorre gloriarsi delle debolezze...
Amiamo allora il dolore, ogni dolore che diminuisce in noi la coscienza della nostra efficacia spirituale e fisica. Fidiamoci di Dio. Egli opererà sulla nostra debolezza, sul nostro nulla. E quando è lui che agisce, possiamo star certi che compie opere che valgono, irradiano un bene durevole e vanno incontro alle vere necessità dei singoli e della collettività.

Chiara Lubich

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