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Erano i tempi di guerra

Roma, ottobre 1948

Erano i tempi di guerra.
Tutto crollava di fronte a noi, giovanette, attaccate ai nostri sogni per l’avvenire: case, scuole, persone care, carriere.
Il Signore pronunciava coi fatti una delle sue eterne parole: «Tutto è vanità, nient’altro che vanità...».
Fu da quella devastazione completa e molteplice di tutto ciò che formava l’oggetto del nostro povero cuore, che nacque il nostro ideale.
Vedevamo altre giovinezze gettarsi nell’entusiasmo sincero per la salvezza e l’avvenire migliore della Patria.
Era facile parlar d’Ideale in quella vita morta a tutto ciò che umanamente potrebbe attrarre.
Noi sentivamo che un solo ideale era vero, immortale: Dio.

Di fronte al crollo provocato dall’odio, vivissimo apparve alla nostra mente giovanetta Colui che non muore.
E lo vedemmo e lo amammo nella sua essenza: «Deus caritas est».
Ci suggellò i nostri pensieri e le nostre aspirazioni un’altra figliola che in altri tempi, non molto dissimili dai nostri, seppe illuminare della sua luce divina le tenebre del peccato e riscaldare i cuori gelidi d’egoismo, d’odio, di rancori: Chiara d’Assisi.
Anch’ella vide come noi la vanità del mondo, perché il Poverello d’Assisi, vivo esempio di povertà, l’aveva educata a «perder tutto per guadagnare Gesù Cristo».
Anch’ella, scappata dal castello degli Scifi, a mezzanotte, alla Porziuncola, prima di deporre i ricchi broccati, aveva risposto al santo che le chiedeva: «Figliola che cosa desideri?»: «Dio».
Ci impressionò il fatto che una giovinetta diciottenne, bellissima, piena di speranze, sapesse racchiudere tutti i desideri del suo cuore nel solo Essere degno del nostro amore.
E noi pure al par di lei sentimmo l’identico desiderio.
E dicemmo: «Dio è il nostro ideale. Come donarci tutte a lui?».
Egli disse: «Amami con tutto il cuore...».
Come amarlo?
«Chi mi ama osserva i miei comandi. Amerai il prossimo tuo come te stesso».
Ci guardammo l’un l’altra e decidemmo senz’altro «di amarci per amarlo».
Più si “vive” il Vangelo, più si comprende.
Prima che ci buttassimo alla vita, come i bimbi si buttano al gioco, la parola di Dio, se non era perfettamente oscura, non era però viva alla nostra intelligenza, né sacra al cuore.
Ora ogni giorno erano nuove scoperte nel Vangelo, diventato ormai unico nostro libro, unica luce di vita.
Comprendevamo chiaro che nell’amore è tutto, che l’amore vicendevole “doveva” formare l’ultimo richiamo di Gesù a quelli che l’avevano seguito, che “il consumarsi in uno” non poteva non essere l’ultima preghiera di Gesù verso il Padre, sintesi suprema della Buona Novella.
Gesù sapeva che la Santissima Trinità era beatitudine eterna, ed egli, Uomo Dio sceso a redimere l’umanità, voleva trascinare tutti quelli che amava nella com-Unità dei Tre.
Quella la Patria sua, quella la patria dei fratelli che aveva amato fino al sangue.
«Consumarci in uno»: fu il programma della nostra vita per poterlo amare.
Ma dove due o più sono uniti nel suo nome, Egli è in mezzo ad essi.
La sentivamo, la sua divina presenza, ogni volta che l’unità trionfava sulle nature nostre ribelli a morire: presenza della sua luce, del suo amore, della sua forza.
Gesù fra noi.
La prima piccola società di fratelli, suoi veri discepoli, era formata.
Gesù vincolo d’unità.
Gesù re d’ogni singolo cuore, perché la vita d’unità suppone la morte perfetta dell’io.
Gesù re del piccolo gruppo di anime.
E dicevamo già dall’inizio: «Sì, il Vangelo è soluzione di ogni problema individuale e d’ogni problema sociale».
Lo era per noi, fatte un cuor solo, una mente sola; poteva esserlo per più, per tutti.
E non era difficile. Bastava porre nel proprio cuore i desideri che Gesù avrebbe avuto se fosse stato in noi; pensare ogni cosa come Gesù l’avrebbe pensata; in altre parole rincarnare il Vangelo nella propria vita, adempire la divina volontà, varia per ciascun’anima eppure proveniente dallo stesso Dio, come più raggi provengono dallo stesso sole; e l’unità era fatta.
La fede e l’amore, che Egli viveva in noi, ci avvicinarono a tutti quelli che ogni giorno ci faceva incontrare e quest’amore spontaneamente, liberamente, li trasse a identico ideale.
Mai pensammo di far apostolato. Non ci sembrava bella questa parola. Qualcuno ne aveva abusato, deturpandola. Volevamo solo amare per amarlo.
E ci accorgemmo presto che questo era il vero apostolato.
Sette, quindici, cento, cinquecento, mille, tremila e più persone d’ogni vocazione, d’ogni condizione. Ogni giorno crescevano attorno a Gesù fra noi.
L’umanità nostra messa in croce dalla vita d’unità attirava tutti a sé.
Unità perfetta viveva e vive tra queste anime ormai sparse in tutta l’Italia e fuori.
Unità non solo spirituale nell’appassionata ricerca d’esser un altro Gesù, ma anche unità pratica.
Tutt’in comune: cose, case, aiuti, denari.
E c’è pace, c’è paradiso in terra.
La vita è un’altra.
In tutta la città non c’è ufficio, scuola, negozio, azienda dove non lavori un fratello o una sorella dell’unità.
Da loro irradia, come il sole, la vita di carità che crea una nuova atmosfera soprannaturale, spegne odi, rancori. Molte famiglie si ricompongono in pace: altre iniziano la loro vita con nel cuore l’Ideale. Veramente siamo agli inizi di un’epoca nuova: «l’era di Gesù».
E tutto questo perché unico principio, unico mezzo, unico fine è Gesù.
Gesù “in” noi. Gesù “fra” noi.
Gesù fine del tempo e dell’eternità.
Si scervellino le menti umane a trovare una soluzione del dramma d’oggi. Non la troveranno se non in Gesù. Non solo in Gesù vissuto nell’intimo di ciascuno, ma in Gesù regnante “fra” le anime.
Esse non hanno tempo di discutere perché Egli troppo chiaro fa vedere a chi è unito ad altri nel suo nome, e vi rimane, che cosa “c’è da fare” per ridare al mondo la pace vera.
C’è un porro unum necessarium1 dell’anima nel suo rapporto con Dio.
C’è un porro unum necessarium dell’anima nel suo rapporto coi prossimi e questo è amarli come se stesso fino a consumarsi in uno quaggiù, in attesa della perfetta consumazione delle anime nell’Uno, Gesù, in Cielo.
È la Comunità cristiana.

Chiara Lubich

Da «Fides», 1948, n. 10

1 «…porro unum est necessarium» («una sola cosa è necessaria» Lc 10, 42). La citazione, in latino, era di uso corrente nei primi tempi del Movimento.

Trascrizione